La disputa filosofica

Un giorno che Maurizio faceva la solita strada del bosco per salire alla
Balma, gli venne veduta la gran novità di un abito talare che appariva e
spariva a intervalli lungo i tigli del gran viale. L’abito talare
scendeva; e Maurizio, fermandosi alquanto ad una svolta del sentiero,
riconobbe il suo uomo. Don Martino che veniva di lassù! Era un caso
strano, inaudito. Il signor di Vaussana non aveva saputo mai che
l’arciprete di San Giorgio bazzicasse alla Balma; e vedendo per la prima
volta don Martino ritornare da quella eminenza, pensò involontariamente
al signor Camillo, il miscredente.

Infatti, quell’anima buona di sua sorella Albertina poteva dir tutto
quel che voleva, per coprire la verità, ma il primogenito dei Matignon
era vissuto tutt’altro che in concetto di buon cristiano. In chiesa non
lo aveva mai visto andare nessuno, nello spazio di trent’anni. Si diceva
dal vicinato che fosse un libero pensatore, che leggesse il Voltaire, il
Rousseau e gli altri Enciclopedisti; desolazione della abominazione.
Quella, s’intende, era la chiacchiera d’altri tempi, dei tempi in cui si
voleva dar colpa di tutta la miscredenza moderna al Voltaire, al
Rousseau; nè poteva indurre in errore Maurizio, che conosceva benissimo
le opinioni spiritualistiche del Ginevrino, e quanto all’altro
rammentava benissimo la storia del tempietto di Ferney con la famosa
epigrafe: «_Deo erexit Voltaire_»; un po’ orgogliosa, per dire la
verità, ma non atea. Comunque fosse, avessero torto o ragione le
coscienze timorate del luogo a veder così neri gli Enciclopedisti,
restava sempre il fatto che il primogenito dei Matignon non era vissuto
praticando la religione dei padri; e l’essere andato don Martino,
arciprete di San Giorgio, al suo letto di morte, non provava punto che
si fosse riconciliato all’ultim’ora. Se ciò fosse avvenuto, l’arciprete
non avrebbe tralasciato di dirlo: in quella vece, quando gli si toccava
quel tasto, don Martino cambiava discorso. Dunque…. la conseguenza era
facile a trarsi; don Martino era andato per moto spontaneo dell’anima,
fors’anche giungendo tardi, e ad ogni modo non salvando che le
apparenze, per chi voleva contentarsene.

Quanto al generale, egli doveva essere la seconda edizione del suo
fratello maggiore; salvo, s’intende, lo studio sugli enciclopedisti.
S’impacciano poco con la filosofia, i militari. Così pensava Maurizio; e
così pensando, la presenza inaspettata dell’arciprete di San Giorgio al
castello della Balma doveva parergli una cosa strana, inaudita. Ma non
era affar suo: da uomo educato, non poteva domandare; da uomo senza
curiosità, non ne sentiva il bisogno; si era già dimenticato dell’abito
talare, giungendo alla presenza del castellano della Balma.

Il generale era col suo inseparabile Dutolet, ambedue seduti al fresco,
su certi sedili di ferro, disposti a semicerchio fuori dell’ingresso,
accanto alla gradinata di marmo.

–Venite qua voi a consolarci;–disse il generale, com’ebbe veduto
Maurizio.–Venite a riconfortarci lo stomaco. Non lo sentite, l’odore di
scarafaggio?–

Maurizio ebbe l’aria di non intendere a che cosa volesse alludere il suo
interlocutore.

–Già,–ripigliò il generale,–voi venite sempre dalle scorciatoie; se
foste venuto dal gran viale, avreste incontrato l’uomo nero che ci ha
regalato un’ora del suo tempo; e ne avremmo fatto volentieri di meno.
Con che scopo, domando io, con che scopo il signor arciprete di San
Giorgio viene una volta al mese quassù? Per vedere quando si fa conto di
lasciargli queste quattr’ossa?…. Ma non ne abbiamo nessuna voglia; non
è vero, Dutolet?

–Per quello che mi riguarda,–disse il capitano, senza neanche
sorridere,–ci sarebbe troppo poco da rosicare.

–Non dimentichiamo i diritti dell’ospite;–notò il generale,
osservando che Maurizio era rimasto silenzioso.–Nè di politica nè di
religione si deve ragionare tra uomini. A questo ci ha ridotti la
civiltà; e le sue leggi van rispettate.–

Maurizio vide allora la necessità di parlare.

–Se è per me, generale, non vi date pensiero;–rispose.–Non mi fanno
paura i discorsi di politica, nè quelli di religione. Credo ancor io che
la civiltà abbia delle leggi false, come ne ha delle puerili. A mio
avviso si può discutere di tutto; basta che nella discussione si porti
della misura, della buona volontà, del rispetto.

–Ah, mi levate un peso dal cuore!–gridò il generale.–In fede mia, non
ne potevo più. Immaginate che non posso soffrire i preti.

–Scusate, generale, ma allora….

–Volete domandarmi perchè li ricevo? In verità, non sono io che li
invito a venir quassù. Già, non so se debbo ridere o andare in collera,
quando me li vedo davanti. Non sanno che esser umili coi potenti e coi
ricchi. È dunque una umiliazione che vogliono.

–Ed io, perdonate, non la infliggerei loro; mi darei piuttosto ammalato
d’emicrania.

–È quello che dice mia moglie. V’intendereste benissimo con lei, almeno
nel fatto di dispensarli da una visita inutile. Neanch’essa li può
soffrire. Mio fratello l’ha educata bene, ed io non ho avuto da
consigliare mutamenti nella sua educazione. Niente preti, miei giovani
amici, specie con le donne. Infatti, è ancora per mezzo delle donne che
essi comandano nel mondo; sono essi che le hanno educate alla
superstizione, e con la confessione, col perdono periodico, le hanno
educate alla colpa.

–Ma il perdono è di Cristo.

–Cristo fu un uomo. Come uomo, lo venero, ho un gran rispetto per lui;
non senza riconoscere, per altro, che avrebbe fatto meglio ad essere più
severo, insegnando per esempio a non fallire con tanta facilità. Ma che
si fa la burletta? Col dirci che il giusto cade sette volte al giorno,
non si dà la licenza a tutti di cascar quattordici, o ventotto? Per me,
dicano quel che vogliono con la teorica del perdono; non conosco che il
dovere, io, e so che il dovere è buono.

–Debbo io dirvi tutto quello che penso, generale?

–Ma sì, per bacco. Non lo dico io liberamente, approfittando della
vostra licenza?

–Ebbene,–rispose Maurizio,–vi dirò che il dovere è buono, perchè
scende diritto diritto dalla legge morale; e la legge morale è Dio.

–Ah, il gran cavallo di battaglia! Ma siete voi persuaso, caro amico,
che Dio non sia una creazione dell’uomo?

–Anche la morale, allora.

–La morale,–sentenziò il castellano della Balma,–è l’utilità bene
intesa, per cui solamente si conserva questa povera specie umana. Non
fare ad altri quel che non vorresti che fosse fatto a te; fare ad altri
quello che vorresti che fosse fatto a te.

–Già, per dare il buon esempio,–replicò Maurizio, sorridendo;–ma gli
altri lo seguiranno? ecco il busilli.

–Seguano o non seguano, c’è tutta la morale umana in queste due
massime. Conosco degli atei che vi conformano i loro atti assai meglio
di tanti credenti.

–Pur troppo, generale, pur troppo. Ma permettete, non scendiamo alle
applicazioni; stiamo nel campo dei principii. Fare o non fare, secondo
quelle due massime, è facile, ed anche può essere piacevole all’uomo
incivilito. Ma come potete voi credere che l’uomo primitivo, l’uomo
della selva, facesse ad altri quello che avrebbe voluto che si facesse a
sè?–

La domanda piaceva poco al generale; e dalla breve pausa che egli fece
prima di rispondere, Maurizio potè credere che l’avversario si trovasse
impacciato. Ma non era così; proprio allora il generale metteva in
posizione le artiglierie.

–Io non vi parlo dell’uomo primitivo;–disse egli, non potendo
trattenere un’alzata di spalle.–Che c’entra qui l’uomo della selva?
Buon padrone di aver fatto come gli sarà piaciuto, o tornato più comodo.
L’uomo primitivo, per vostra norma e regola, era un antropopitèco. Vi
maravigliate di sentirmi parlare con tanta asseveranza di quel grazioso
animale? Nel fatto, io non ne so nulla; vi parlo con la scienza alla
mano. Ho letto Darwin, mio caro; ho letto Huxley, Buchner, Mortillet,
Spencer, tutta la scuola dei liberatori. L’antropopitèco non si è ancora
trovato negli strati del terreno terziario; ma si troverà, non dubitate.
E una necessità in terra, come certi corpi in cielo, per l’equilibrio
del sistema planetario. Nella scala progressiva degli esseri,
l’antropopitèco ha il suo posto: animale d’istinti maravigliosi, già
dotato di qualche intelligenza, come sono del resto tanti animali meno
progrediti di lui, egli ha fatta la sua strada, e nessun calendario gli
ha misurato il tempo necessario alla sua legittima evoluzione. Il
bisogno lo ha fatto industrioso; l’industria lo ha fatto civile; la
civiltà lo ha fatto morale. Vi capacita?

La disputa filosoficaultima modifica: 2010-03-26T14:53:43+01:00da cherioso
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