Sotto la spoglia di quell’uomo

–Eh!–disse Maurizio, stringendosi nelle spalle, mentre in cuor suo si
maravigliava forte di trovare sotto la spoglia di quell’uomo d’armi un
lettore dei moderni evoluzionisti;–vuol esser dunque morale
indipendente, la nostra?

–Non mi spaventano i nomi;–replicò il generale.

–Ebbene,–ripetè Maurizio,–non vi spaventino dunque le mie povere
argomentazioni.

–No davvero, sentiamole.–

Qui fu una piccola interruzione nel dialogo. Dall’alto della gradinata,
appariva la contessa Gisella, col suo cappellino di paglia in capo,
l’ombrello da sole in mano e una borsa ad armacollo, che le dava
un’aria graziosissima di pellegrina. La bella signora dagli occhi
fosforescenti vide Maurizio, e scese lesta i gradini per venirlo a
salutare.

–Vado per affari,–diss’ella, porgendogli la mano.–Spero di ritrovarvi
ancora al ritorno.

–Oh, lo troverai;–gridò il generale.–Siamo affondati in una disputa
che non finirà tanto presto.

–Di che si tratta?–chiese ella, nell’atto di aprire il suo ombrellino.

–Dell’antropopitèco;–rispose Maurizio, che in verità lo masticava
male.–M’immagino che vi sarà noto, questo grazioso tipo di progenitore.

–Ah sì,–diss’ella, sorridendo,–l’unica cosa brutta nella teorica di
mio marito.

–Ma necessaria;–soggiunse il generale;–necessaria come un anello
nella catena. Se tu mi levi quell’anello, dov’è la continuità
dell’evoluzione? dov’è la dottrina?–

Maurizio non aveva da rispondere ad una argomentazione che non pareva
fatta per lui. Nondimeno, ne prese appiglio per rivolgere una frase alla
contessa Gisella.

–Fortunatamente,–diss’egli,–nessuna dottrina mi farà credere che la
contessa derivi da un antropopitèco. Passi per noi ominacci!

–Ed ecco, ora puoi andare, bambina;–ripigliò il generale, mezzo
burbero e mezzo faceto.–Il vicino è cavaliere, e il tuo complimento
l’hai avuto. Accettalo come premio anticipato all’opera buona che fai.

–Vado, vado;–rispose la bella signora, avviandosi.–E voi, conte,
lasciatevi persuadere. La teorica della evoluzione richiede
quell’anello. Ammasso quello, tutto il resto va da sè.–

Ciò detto, si mosse leggera, lasciando la luce del suo sguardo
celestiale e la fragranza della sua maravigliosa persona nell’aria. Un
istante dopo, era sparita alla svolta del sentiero campestre, per cui
soleva venire ogni giorno il signor di Vaussana.

–Vedete quella donna, Maurizio;–disse il generale, continuando ad alta
voce un discorso che era venuto facendo tra sè.–Ella è tutta bontà,
tutta previdenza per la povera gente. Non c’è tugurio per queste
montagne, dov’ella non porti una buona parola, e qualcosa di più, se
bisogna. Ha sentito quest’oggi dal prete che è ammalata la moglie del
pastore, lassù al Martinetto; e sùbito ha deciso di mettersi in
campagna. Il prete non è andato; non andrà che chiamato, per portare
tant’olio quanto ne sta sul polpastrello dell’indice, o del medio. Lei
porta dell’altro; se le riesce, farà risparmiare al prete la sua
trottata, alla chiesa la sua ditata d’olio. E notate, non crede alla
morale dei vostri uomini neri.–

Quel «vostri» non era un po’ troppo? Maurizio si sentì toccato sul
vivo.

–Che importa?–diss’egli, contenendosi ancora.–Crede alla santità del
dovere, alla divinità della compassione, alla immortalità dell’anima
umana.

–No, sapete, crede semplicemente alla bontà della vita; obbedisce ad
una legge di natura, intendendola un po’ meglio di tanti e tanti. E
notate ch’io non ho avuto da istruirla. Era così, quando divenne mia
moglie. È una testa forte.

–Permettete ad una testa debole d’inchinarsi;–replicò Maurizio,
facendo l’atto per l’appunto.

Ma il generale era avviato, e non voleva fermarsi così presto.

–Ecco,–diss’egli,–ora v’inalberate.

–No, generale.

–Allora, perchè vi tirate da banda, come se voleste uscire dal giuoco?
Mi avevate pure promesso una argomentazione serrata!

–Vero, ma siamo stati fortunatamente interrotti; ed ora che ho perso il
filo…. Nondimeno, per non parervi battuto e contento, vi dirò
brevemente ciò che penso. Voi considerate la morale come l’effetto di
una convenzione. Ora la morale per convenzione, dato che possano
giungere a stabilirne una dei figli o nipoti di antropopitèchi, sarebbe
una morale senza ragione in sè stessa. Vedetene la conseguenza. Se io so
che la legge morale non ha nessuna sanzione, che non c’è nessun premio a
chi segue, nessun castigo a chi viola la legge, non me ne farò più nè
di qua nè di là, baderò al mio interesse, e buona notte al prossimaccio
mio.

–Signor Maurizio, i miei complimenti. Fate voi dunque il bene per un
premio che ne sperate? vi astenete dal male per un castigo che ne
temete?

–No, generale, per dovere; per un dovere che la mia coscienza intuisce.
Del resto, ecco già un certo numero di volte che voi mi venite dicendo:
il bene. Il vocabolo induce la cosa; la cosa induce l’idea. Perchè si
dice il bene? che cosa s’intende di dire, dicendo: il bene? chi mi
assicura, se non c’è sanzione alla legge del bene e del male, chi mi
assicura che il bene non è il male, e il male non è il bene?

–Il bene è un concetto ereditario;–sentenziò il generale.–Si è visto
e riconosciuto a poco a poco l’utile generale, e questo è stato chiamato
il bene.

–Sia pure; ma quanto più leggero, sulla bilancia del nostro raziocinio,
quanto più debole dell’utile particolare! Infatti, il bene degli altri,
ne sia pure ereditario quanto si vuole il concetto, non è in molti casi
il mio bene, è spesso il mio danno, il mio pericolo, il mio sacrifizio:
e di questo sacrifizio, di questo pericolo, di questo danno io non vorrò
a nessun patto saperne.–

Il generale stette un istante sopra pensiero.

–Sentite,–diss’egli poscia,–io non la intendo così: senza badare a
questi danni, a questi pericoli, io ho sempre fatto il mio dovere.

–Lo credo, e lo so,–si affrettò a rispondere Maurizio.–Ma questo, con
vostra buona pace, non lo avrete fatto per omaggio alla morale
indipendente.

–E per che cosa, secondo voi?

–Per avanzo di vecchie idee, generale. Qui davvero il principio di
eredità vi soccorre. Avete infatti la eredità di un complesso di
conseguenze legittime che l’umanità ha tratte via via da parecchie
religioni e da parecchi sistemi filosofici, di cui è vissuta, con cui e
per cui è progredita. Ecco perchè uno spirito forte dei nostri giorni
può andare avanti, più avanti di molti altri nel sentiero della
filantropia, del disinteresse, del sacrificio di sè, immaginando di aver
spogliata per sempre la morale della sua antica sanzione. Ma non si
andrà molto lontano, io ve ne avverto, non si andrà molto lontano, con
questo piccolo viatico. Anche le eredità più vistose si consumano. E la
morale indipendente andrà fin che potrà senza Dio; poi, di attrito in
attrito, vi sfumerà tra le mani. Temete, mio generale, temete che quando
ne avranno assai meno le classi civili, non ne abbiano più affatto le
rozze.

–Già, l’argomento politico! Ma non è filosofico.

–Lo so; m’è venuto alla mente, e l’ho aggiunto alla mia dimostrazione.
Dopo tutto, la vostra doppia massima del non fare e del fare, è frutto
della morale all’antica, non già della morale indipendente che oggi si
predica. Tutte le religioni l’hanno per canone indiscusso.

–È di tutte, e perciò non appartiene in proprio a nessuna;–osservò il
generale.

–Che importa? Le religioni son sante.

–Tutte? Da parte vostra è una dichiarazione ben grave, signor Maurizio.
Per caso, le ammettereste voi tutte per buone?

–Storicamente, perchè no? Nella vicenda delle cose umane sono i varii
modi di cercar Dio; e come io credo fermamente che il progresso umano
sia a questa condizione di cercar Dio nella vita, così credo che Dio si
sia in tutte riconosciuto.–

Il generale diede in uno scoppio così fragoroso di risa da far rizzare
la testa al capitano Dutolet, che involontariamente cominciava ad
appisolarsi sul canapeino di ferro.

–Che larghezza di comprensione! Lasciatevi ammirare, caro mio. Vi
avverto per altro che l’arciprete di San Giorgio non vi assolverebbe.

–Lui no, forse; ma un altro, di qui a cent’anni, sicuramente.

–Possiate voi campar tanto! E credete poi che quell’arciprete del
ventesimo secolo riconoscerà l’elemento del divino anche nella religione
di Moloch?

–No, egli troverà che quella non era una religione, ma un pervertimento
di religione. Le religioni, tra i popoli rozzi, girano facilmente alla
superstizione, e la superstizione alla ferocia o alla stupidità sua
compagna. Ma questi pervertimenti uccidono una religione nel tempo, come
l’edera sgretola il muro a cui si abbarbica; Dio si allontana, e passa
in un’altra.

–Chi può saper quando, e come?–esclamò il generale.–Io dico invece:
fare il bene, qualunque cosa ne avvenga.

–È da stoici;–rispose Maurizio.–Ma presuppone almeno l’imperativo
morale. Perchè faccio io il bene? Per appagare la mia coscienza. Perchè
la mia coscienza sceglie la sua felicità nel bene? Per averne un
piacere. Ma è un piacere ideale, se il più delle volte porta danno,
sofferenza, pericolo, sacrificio e morte. È dunque un ideale. L’ideale
suppone l’idea, l’idea suppone un mondo intellettuale che non è quello
della cieca natura. Cercate, generale, indagate, troverete Dio
necessario.

–Dove? non si è mai visto, ch’io sappia. Nel roveto, forse?

–Nella coscienza, generale. Se ci trovate la contentezza, perchè non ci
trovereste la sanzione dell’opera buona?

–Ci penserò; ve lo saprò dire domani.–

Evidentemente, il generale era stanco; e nessuno vorrà dargli torto.
Quanto al capitano Dutolet, egli si era addormentato del tutto. Diamo
ragione anche a lui.

 

 

Sotto la spoglia di quell’uomoultima modifica: 2010-03-29T12:15:00+02:00da cherioso
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