Si viene alle grosse

Maurizio era rimasto un po’ male. Quella improvvisa stanchezza del suo
interlocutore poteva significare due cose: o che egli, Maurizio, avesse
ecceduto nella difesa delle proprie opinioni, o che il suo avversario,
usato al comando in ogni cosa, fosse noiato di sentirsi contraddire.

Che stranezza, del resto, e come Maurizio si era lasciato ingannare
dalle apparenze! Egli non avrebbe immaginato mai che quel vecchio
soldato fosse un filosofo, che quel moderno gentiluomo campagnuolo
avesse voluto ingombrarsi il cervello, asserragliare il suo grosso
ateismo con tanto bagaglio di dottrina. Dall’alto di quella barricata il
castellano della Balma aveva scaraventato sulla testa di Maurizio i suoi
duri sarcasmi, le sue pungenti ironie. Son pure prepotenti questi
spiriti forti, come amano gabellarsi da sè! Quando si degnano di
disputare con voi, hanno sempre l’aria di compatirvi.–Ma come? anche
voi, con queste idee di cent’anni fa? Ma questo è risaputo; ma questo è
fritto e rifritto; ma questo è già stato ribattuto, polverizzato,
annientato. Il mondo cammina, che diamine! In che grotta a mezza strada
vi siete fermato a dormire? lasciatele al volgo, queste anticaglie;
lasciatele alle donnicciuole, per bacco!–

Il volgo, si sa, è tutta quella gente che non importa istruire, che è
bene lasciare nell’ignoranza, per utile suo, e nostro, per non
accrescere il numero degli spostati, come oggi si dice, o degli
spostatori, come forse si pensa. Le donnicciuole, poi, sono le loro
madri, e le loro mogli; se occorre, saranno anche le loro figliuole e le
loro nipoti. Gli spiriti forti non si abbassano; deridono o sorridono,
secondo i casi e gli umori; ma passano sopra, gloriosi della loro
dottrina, o di quella del sapiente di rimpetto; il quale sarà vissuto
magari nel sereno disprezzo di ogni ubbìa metafisica, di ogni
«concrezione ereditaria», ma poi sarà morto ascritto, per via di
transazione, a qualche chiesa protestante, oppure, senza mezzi termini,
col prete al capezzale e con al collo la medaglia benedetta dal papa.
«Rammolliti», si capisce; tutti rammolliti, gli spiriti forti che non
durano tali fino all’ultimo. Perciò vien di moda il premunirsi contro
queste defezioni dell’ultim’ora, dichiarandole anticipatamente debolezze
della nostra povera fibra.

E questo è poco male, finalmente; anzi non lo sarebbe affatto, a
considerare le cose con ispirito di libertà. Ma il guaio è che questa
divisione di spiriti forti e di spiriti deboli ha ridotto il nostro
mondo civile ad una ben malinconica convivenza di due società, tra le
quali è stretta unione d’interessi, di affetti, di consuetudini, e un
gran vuoto per tutto il resto, che è poi la vita intellettuale, la vita
morale delle anime. Donde avviene che questo povero mondo civile vada
così barcollando alla sua meta misteriosa, come gli ubbriachi a casa
loro, non indovinando più l’uscio, e tante volte neanche la strada.

Tra il signor Maurizio e il castellano della Balma si era fatta la pausa
un po’ lunga. Il terzo, che sonnecchiava così bene sul piccolo canapè di
ferro, ne era stato svegliato in soprassalto, come avviene in istrada
ferrata al fermarsi improvviso del treno. Il capitano Dutolet aveva
aperto un occhio, poi l’altro, ed era rimasto lì trasognato a guardare,
mezzo intirizzito, mentre Maurizio si tormentava i baffi, e il generale,
per occupare in qualche modo il silenzioso intermezzo, cercava di
accendersi un sigaro.

Il signor di Vaussana se ne sarebbe andato assai volentieri, levando
anche d’impiccio il suo avversario. Ma un pensiero lo tratteneva. La
contessa Gisella gli aveva detto di aspettarla. E forse aspettarla era
male. Ritornando, la signora avrebbe trovato il marito di cattivo umore,
tanto nervoso da non lasciar passare il menomo complimento, da veder
tenerumi, smancerie, svenevolezze in ogni discorso. I mariti in collera
son tutti così, bestie feroci; e guai ad essere graziosi, cortesi,
galanti, quando essi hanno le sopracciglia aggrondate.

Andarsene, dunque, scegliendo tra i due mali il minore? Sì, ma per qual
via? Anche nella scelta della via c’era il pericolo, per un verso o per
l’altro, di urtare i nervi al signor generale. Se andava per il gran
viale, non poteva il castellano domandare che novità fosse quella? Le
novità dànno sempre materia a pensare. Se andava per la strada del
bosco, non si poteva credere che l’avesse scelta per combinar laggiù la
contessa Gisella, che appunto di là era andata e di là sarebbe tornata?

Noiosa condizione di un uomo messo lì a dibattersi tra la stizza e le
convenienze sociali! Ed ecco i bei resultati delle discussioni. Ma egli,
in fin dei conti, se era stato vivace nella espressione del suo
pensiero, non aveva neanche trasmodato, e a quella vivacità era stato
spinto dal tono sarcastico del signor generale. Dal fondo dell’anima non
gli traluceva forse il pensiero di canzonare Maurizio per la sua fede?
Ora uno spiritualista, un credente, deve esser tanto più sincero, in
quanto che troppa gente, che crede, par quasi che si vergogni di
confessarlo davanti agli spiriti forti. Egli non aveva da parlare come
un teologo, non avendo studiato teologia; ma da filosofo non
materialista, nè scettico, doveva egli, per ottener grazia dal suo
contradditore sarcastico, dare addosso a quelle credenze in cui sono
stati educati i nostri padri, e in cui saranno ancora educati i nostri
figliuoli?

Più ci pensava, e più si persuadeva di non aver niente a rimproverarsi.
Quanto al generale, facesse il broncio fin che voleva. A un certo punto,
se il silenzio fosse durato dell’altro, Maurizio avrebbe guardato
l’orologio, fatto un gesto di terrore e parlato del solito appuntamento
che cava gli uomini da una posizione difficile. Ma grazie al cielo non
fu mestieri di bugie; la contessa Gisella appariva dal sentiero del
bosco. Era un pochino affannata dalla corsa, e accesa in volto più
dell’usato; ma il color delle rose le tornava bene come quello dei
gigli. Venne innanzi leggera, saltellante come una bambina, sorridente
come l’aurora. Non era un complimento, non una esagerazione il dire che
con lei ritornava la luce. Che bella cosa una bella donna! C’è chi la
preferisce al telegrafo e alle strade ferrate. Io all’invenzione della
stampa. E voi?

Il generale parve gradir molto l’arrivo di sua moglie. La contessa
giungeva opportuna a rompere quella scena muta.

–Già finita la discussione?–domandò ella, avvicinandosi al crocchio,
che per verità non appariva troppo animato.

–Sì,–rispose Maurizio, inchinandosi.

–E siete battuto?

–Non so; forse…. e senza esserne persuaso. Tutti i vinti sono
così;–soggiunse egli, sorridendo;–non vogliono mai convenire della
loro disfatta.

–Ti avverto, mia cara,–entrò a dire il generale, con la sua grossa
voce ancora gonfia di stizza,–che il signor di Vaussana ha finora il
vantaggio. Questo sia detto per la verità.–

Non era molto; ma era già qualche cosa. Maurizio colse il buon punto per
esser cortese a sua volta.

–In omaggio alla verità,–riprese egli,–diciamo che voi mi avete
promesso di pensare a certi argomenti miei. Potete vincermi ancora; le
sorti della battaglia sono dunque indecise. E la vostra ammalata,
contessa?

–Ah, la povera Biancolina? Febbre, signor Maurizio, gran febbre, e
complicata di miseria. Le disgrazie piovono addosso ai Feraudi con un
accanimento strano. Son già debitori di un semestre al Pinaia, il
potentissimo fornaio e pastaio di San Giorgio, un proprietario con cui
non si scherza, a quanto pare; e una mucca è morta improvvisamente nella
settimana scorsa, e l’altra ha il latte cattivo. Il marito è filosofo, e
pensa, guardando in aria; la moglie, rovinata dallo stento, ha dovuto
mettersi a letto. Sapete voi, quando una povera donna dei campi si mette
a letto, che cosa vuol dire? che la casa resta senza governo, i piccini
senza zuppa, le bestie senza strame, e tutto il resto in conseguenza.
Vedete che compassione! Ho aiutato come ho potuto; ma finora, più che
altro, con le buone parole. Intanto ci vorrà il medico, e manderò subito
a cercarlo.

–Permettete che lo cerchi io, discendendo in paese;–disse Maurizio,
con accento premuroso.–Tra mezz’ora egli potrà essere lassù al
Martinetto.

–Grazie, accetto l’offerta;–rispose la contessa.–Io penserò invece a
mandar brodo e qualcos’altro a quella poveretta.–

Maurizio non la conosceva neanche di vista, l’ammalata del Martinetto.
Il Feraudi, marito filosofo, lo aveva appena veduto qualche volta
pascolar le sue bestie sui greppi, tra il Martinetto e la Balma. Pure,
si mostrò addolorato per le disgrazie di quella povera gente: ed anche
ne fu consolato, pensando che la sua conversazione andava lontana le
mille miglia da ogni pericolo di galanteria. Il generale, del resto, a
poco a poco aveva spianate le rughe, e si degnava di mettere qualche
parola nel dialogo. Maurizio gli rivolse il discorso, temperatamente,
placidamente, come se nulla fosse avvenuto.

Frattanto doveva prendere commiato, avendo fretta di andare pel medico.

–Bravo, correte;–gli disse Gisella con quella stessa amabile
sollecitudine che avrebbe usata in altre occasioni per trattenerlo
ancora un poco alla Balma.–Immagino che il dottore conosca la strada.

–Se non la conoscerà gliela insegnerò io, che ho i miei monti…. sulla
punta delle dita.–

Gisella gli porse la mano. La stretta era sempre stata amichevole, come
dev’essere lo _shake hand_, dal giorno che l’Inghilterra lo ha diffuso
per tutto il mondo civile. Ma quella volta fu confidente, fraterna, come
di due persone che hanno conchiuso un patto. Non erano essi associati
oramai da un’opera di carità?

–Se avete notizie, ce le porterete domani, non è vero?–disse Gisella.

Anche il generale brontolò un arrivederci. Il capitano Dutolet, detto il
buon ragno, ed anche, aiutando il suo nome di battesimo, Guglielmo il
taciturno, abbozzò un sorriso ed una parola di due sillabe almeno.
Maurizio si avviò spedito, e scese quella volta dal gran viale. Per
quella novità ci era una ragione evidente: il medico abitava per
l’appunto in principio del paese, cioè verso le falde del poggio su cui
sorgeva il castello della Balma.

Il medico fu presto ritrovato, e con le più calde esortazioni spedito,
subito al Martinetto, di cui fortunatamente conosceva il sentiero.
Maurizio lo accompagnò per un tratto, facendo raccomandazioni. Quando il
discepolo d’Esculapio fu di ritorno, lo trovò ancora sulla sua strada,
desideroso di notizie. Aveva trovata la febbre, difatti, e piuttosto
forte, più vicina ai quaranta gradi che ai trentanove. Ma egli si era
trovato in caso di dare il rimedio, senza il bisogno di scendere alla
farmacia per la ricetta: preveduto il bisogno, la contessa aveva
lasciata lassù una parte della sua cassettina di medicinali, ed egli
aveva potuto somministrar subito una dose della inevitabile antipirina.
Più tardi avrebbe somministrato il chinino, se quella febbre si fosse
mostrata ribelle. Ma che febbre era? Reumatica, diceva il dottore, e
colpiva un organismo intaccato dalla grama vita; occorreva riposo, per
intanto, ed una miglior nutrizione: due cose che al solito non sono alla
mano dei poveri.

Si viene alle grosseultima modifica: 2010-04-01T13:30:00+02:00da cherioso
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